Inquieta digitale scarlatta rete

Digitalis purpurea, Köhler's Medizinal-Pflanzen (1887)
Digitalis purpurea, Köhler’s Medizinal-Pflanzen (1887)

Relazione al convegno Ans, 15/12/2008, Facoltà di scienze della comunicazione, Università Roma “Sapienza”

Digitale scarlatta è Internet: perché secondo alcuni, la Rete sarebbe un inquietante marchio che seduce… Mi spiego. La “digitale purpurea” è il fiore che ispira a Pascoli una lirica sui turbamenti di due educande attratte e sedotte dagli effluvi della pianta: in maniera simile, paventano alcuni, ci corromperebbe il mondo digitale di internet. Così, con l’allusione al “digitale” restiamo nel simbolismo decadente del poeta, mentre il colore è un richiamo, ancora letterario, alla “lettera scarlatta”, il discutibile marchio della lettera “i” di Hawthorne: ma ricordate le famigerate tre i di Berlusconi? impresa, inglese e internet: appunto.

Parto da queste suggestioni per una riflessione sui temi del convegno organizzato dall’Associazione nazionale sociologi, a cominciare proprio dal titolo della sessione a cui partecipo: “il sociologo nei programmi radio-televisivi”, un tema che suggerisce qualche ironia… A cominciare dall’antiquata espressione “radio-televisione”, che ormai si evoca – con lo spirito trapassato della tv in bianco e nero – solo in occasione della campagna promozionale per la gabella chiamata abbonamento Rai! Siamo peraltro nel periodo giusto: c’è forse un messaggio subliminale in quel titolo?

Non vorrei neanche discutere di quella particolare specie di sociologo avvistato frequentemente negli studi televisivi o davanti ai microfoni delle radio: nell’immaginario condiviso ahinoi! una specie di tuttologo dedito agli “spiegoni” più disparati. In questo senso, sono d’accordo con le osservazioni di Paolo De Nardis, che mi ha preceduto, sui rischi di banalizzazione e incomprensione della sociologia sintetizzata e tradotta in linguaggio comune davanti alle telecamere. E sono anch’io convinto che “l’inferma scienza” debba essere critica, scomoda e disvelare i luoghi comuni che infestano sovente i discorsi pubblici.

Il busillis è che tra i “vecchi” media e tale vecchio modo di intendere la visibilità del sociologo c’è un’ansia di legittimazione reciproca, una risposta polverosa a una moderna e giusta messa in discussione di entrambi – tuttologi e mass media. La fronda che tenta di svecchiare tale situazione si propone all’opinione pubblica con un sistema di saperi difficilmente incasellabili nelle professioni tradizionali ed è condotta con gli strumenti offerti dai nuovi media, internet in particolare.

Mi diverte pensare che sia in qualche modo la vendetta dei lavoratori chiamati flessibili, atipici e co.co.co. vari: tenuti fuori dalle corporazioni e dalle caste, hanno creato competenze, strumenti e contenuti che ora minacciano i fortini delle professioni, di certa accademia e dei poteri consolidati, o meglio delle gerarchie imbalsamate. Ho già discusso in altre occasioni del sistema di caste che intrappola le energie sane del nostro paese, ora vorrei guardare alla pars construens dello stesso discorso. In questo senso è sufficiente osservare le profonde trasformazioni dell’informazione e del giornalismo causate dalla rivoluzione di internet, solo per fare un esempio. E mi sembra importante riconoscere come tutto ciò sia da sempre all’attenzione proprio della Facoltà di scienze della comunicazione che ci ospita.

Chiediamoci dunque se la tv sia ancora oggi il perno del sistema dei media o se non sia il caso di spostare il focus proprio su internet. E di affrontare una questione centrale: l’approssimazione e la sufficienza con cui i media tradizionali trattano generalmente la Rete. Il clima natalizio e il poco tempo a disposizione non mi consentono di citarvi i molti misfatti di giornali e telegiornali in proposito…

Copertina della ricerca, Università di Berkeley
Copertina della ricerca, Università di Berkeley

Accenno solo all’ultimo degli “equivoci” su cui è inciampata la stampa trattando di internet: del caso si è già ampiamente discusso in rete. Si tratta dei risultati di un importante studio etnografico sull’uso dei new media e dei social network da parte dei giovani americani; una ricerca dell’Università di Berkeley condotta per tre anni su ottocento giovani per cinquemila ore di osservazione delle loro attività online (il report è già online, il libro verrà stampato dal MIT il prossimo anno). Dunque, in un recente articolo di Repubblica sugli “effetti collaterali di Facebook” (23 novembre 2008) si attribuisce a Danah Boyd, una delle ricercatrici, l’affermazione che “i social network non solo favoriscono l’ansia ma disabituano alla vita reale”! Ovviamente le conclusioni dello studio sono ben altre e per niente banali o catastrofiste (ad esempio si distingue tra esperienze guidate dall’amicizia o dall’interesse ecc.). La ricercatrice contattata online non ha potuto che smentire quanto travisato dal quotidiano italiano: “raising eyebrows: that doesn’t sound like me!”

Insomma, per tornare all’origine dei problemi, viene il sospetto che la casta che governa l’informazione semplicemente difenda un sistema di privilegi corporativi, peraltro intrecciati a quelli dei poteri che la democrazia vorrebbe ancora separati: non sarà un caso che proprio ora si torni ad auspicare un “ammodernamento” della nostra costituzione! In definitiva, se giornali e telegiornali straparlano spesso con superficialità, volentieri e male di internet è anche per un loro tornaconto: gli editori tradizionali cominciano infatti a soffrire le bordate sempre più possenti di internet ai loro modelli di business e anche l’autorevolezza dell’informazione considerata “mainstream” è vieppiù in discussione.

Michael Moore con Barry Glassner (autore di Culture of Fear)
Michael Moore con Barry Glassner (autore di Culture of Fear)

Ma c’è pure dell’altro: ricordate le tesi di Michael Moore in “Bowling for columbine“? Il clima di paure varie (quella per internet è solo una tra le tante), alimentato dalle informazioni create ad hoc dai mass media, a qualcuno indubbiamente fa comodo! E in effetti, senza essere apocalittici, non si può negare che tale clima perlomeno sfianchi e distolga i cittadini da un efficace controllo sul governo della cosa pubblica. Del resto, non è proprio grazie all’interpretazione sociologia che si disvela un certo “fear management”? Su questi temi Andrea Cerase ci ha appena ricordato i lavori del gruppo di ricerca di Mario Morcellini.

Il nostro interesse di sociologi, dunque, dovrebbe riguardare in primo luogo internet, anche perché in rete si sviluppano dinamiche e laboratori sociali di grande interesse, incomparabili con quelli asfittici di una televisione afflitta da un’inguaribile coazione a ripetere. In questo senso, da qualche tempo l’attenzione dell’opinione pubblica si è concentrata su alcuni social network, tanto che ora potremmo parlare di internet – che ho definito inquieta digitale scarlatta – come della social net per eccellenza, la matrice di tutte le reti possibili: direi, inoltre, che proprio le “reti sociali” sembrano la killer application dell’internet di oggi, così come la posta elettronica lo è stata per la rete degli albori.

In tempi di crisi mondiale, poi, mi pare interessante che si sviluppi la cosiddetta “economia della reputazione”: fondata sulle mappe sociali e sulla conoscenza condivisa dei flussi di attività dei singoli nodi, cioè delle persone in rete. Online, infatti, si sviluppa una comunicazione di “prossimità” che allarga a dismisura quello spazio di vita a cavallo tra il pubblico e il privato, altrimenti limitato a pochi intimi sulla terraferma. L’espansione del proprio “grafo sociale”, sia pure con tutte le attenzioni necessarie per tutelarsi dagli abusi e dalla violazione della privacy, appare una grande opportunità offerta dagli attuali e futuri sviluppi di internet in direzione di una maggiore partecipazione delle persone. Sottolineerei ancora quanto tutto ciò sia di grande interesse per il sociologo.

Homepage di Facebook
Homepage di Facebook

Questo nuovo approccio delle persone a internet è rappresentato bene da Facebook, un’applicazione del cosiddetto web 2.0 creata per riprodurre online il tradizionale “libro delle facce” diffuso tra le comunità studentesche anglosassoni. Il suo straordinario successo come strumento di socializzazione generale, quindi usato intensamente dagli utenti anche per scopi non previsti, lo ha trasformato pure in interessante laboratorio di crisi, oltre che palestra di comunicazione! Ci sono infatti problemi di privacy (di cui si occupano i vari garanti), furti d’identità (ne ha parlato perfino Striscia la notizia) e soprattutto una discutibile gestione degli utenti da parte degli amministratori del sito che porta a incomprensibili cancellazioni di persone dal network (ne abbiamo discusso proprio su Facebook con Rachele Zinzocchi e altri utenti del social network). Concludo sottolineando che quanto succede online può avere conseguenze non proprio trascurabili neppure da quest’altra parte dello schermo, specie se si utilizzano gli strumenti di internet con leggerezza: sostituire la posta elettronica con la messaggistica di Facebook, ad esempio, è davvero una pessima idea… Ma non c’è più tempo per approfondire l’argomento in questo convegno: parliamone online!

Bruno Zarzaca ©reative ©ommons BY NC ND 1997-2022